mercoledì, dicembre 10, 2014

A me per esempio piace il varietale

Questo post è la possibile continuazione del post precedente, siccome ha a che fare con un acquisto fatto durante la mostra mercato FIVI, avvenuto con lo stesso meccanismo (mi piace molto, lo compro).

A me per esempio piace il varietale: mi piace, cioè, l'elemento aromatico spiccato, a volte esagerato. E' una forma di passione infantile dell'enofilo, che col tempo si perde (ma si vede che io non riesco a perderla): le esagerazioni olfattive di certi sauvignon, traminer, moscato, sono una specie di eterna calamita per me. Teoricamente le botte verdi, selvagge, da foglia di pomodoro nel sauvignon per qualcuno rappresentano una disarmonia. A me invece sembrano un elemento ludico proprio perché sopra le righe. Balter è un produttore (tra l'altro) di vari metodo classico trentino molto ben fatti: assaggiati, trovati buoni, però è stato questo sauvignon che mi ha fatto accendere la scintilla. Lo amo di un amore appassionato e un po' fanciullesco. Riassaggiato ieri sera a casa mi ha confortato il fatto che lo spettro aromatico, come dicevo, assai tenace, è integrato nel corpo alcolico (che in definitiva ammorbidisce il vino). Quindi insomma, ci siamo proprio. In enoteca sta sui 14 euro.

(Normalmente io classifico i riassaggi fatti a casa come prelievo di scaffale. E' una forma di controllo più o meno periodico di quel che ho in vendita. Questo sauvignon ha il raro, duplice pregio di farmi desiderare un secondo prelievo di scaffale il giorno dopo. Per dire, eh).

mercoledì, dicembre 03, 2014

Fiera FIVI a Piacenza. Veni vidi e perfino acquistai

La fiera piacentina che si tiene ogni anno a fine novembre si chiama "Mercato dei Vini dei Vignaioli Indipendenti" e contiene nel nome il mirabile termine mercantile. Si tratta cioè del genere di rassegna nella quale si possono fare acquisti, e non solo assaggiare. I visitatori riempono ogni anno i carrelli e quest'anno c'è stato un afflusso notevole, a giudicare dal fatto che questi carrelli erano quasi sempre in uso, e toccava aspettare un po' all'entrata affinché se ne liberasse uno: tenendo presente che il numero dei carrelli era enormemente aumentato rispetto alle scorse edizioni, e che altri ne avevano aggiunti il secondo giorno, questo dato (da solo) fornisce la misura del successo.

Per quanto mi riguarda, l'aspetto fisico legato al fatto di caricare sull'auto, alla fine della giornata, un po' di cose comprate durante gli assaggi, aggiunge fascino all'intera trasferta. Mi piace, cioè, l'idea di tornare a casa con le cose comprate in viaggio, e sistemarle sugli scaffali in enoteca nella modalità mercante che torna dalla fiera. Ormai anche i clienti lo sanno e chiedono "che hai portato?"

Per esempio: il Moscato secco altoatesino e il Santa Maddalena di Thurnhof. Tutti e due annata 2013, appartengono al genere di assaggi che ti fanno dire, alla fine "questo devo averlo". Il primo vino ha un aspetto che convince alla veloce: riesce ad esprimere il moscato, vitigno aromatico, senza le pericolose amarezze che a volte segnano la sua vinificazione secca. La pienezza, la sapidità del vino hanno il sopravvento, lo rendono assolutamente desiderabile, e il possente corredo di profumi tipici del moscato alla fine è solo la ciliegina sulla torta. Il secondo vino, dal vitigno schiava, ha quel corroborante naso da rosso bolzanino floreale e speziato, con una beva delicata ma altrettanto golosa. Nei miei appunti ho dato a tutti e due 87/100, che considerando quanto sono braccino nei punteggi non mi pare male. A bottega stanno sui 13 euro. Ed è solo uno dei miei best buy.

Link utili: la rassegna dei Vignaioli Indipendenti (segnatevela per l'anno prossimo, perlomeno) e la home di Thurnhof.

mercoledì, novembre 05, 2014

Milinko (tanto per cambiare)

Son un po' indietro con gli aggiornamenti autoriferiti quindi rimedio. Non so se avete presente quella cosa per la quale le guide cartacee sono in crisi: a riprova del fatto, ho collaborato alla Guida essenziale ai vini d'Italia edita da Mondadori e curata da Daniele Cernilli: qui la storia completa della mia allegra avventura. Il titolo "milinko" l'ho già usato nel 2006 quindi posso riciclarlo.

giovedì, settembre 04, 2014

Pinot nero e Borgogna: cosa avrà mai quella, che io non ho

Normalmente vendo cose italiane. Non è sciovinismo né altro che abbia a che fare col nazionalismo o peggio. Semmai è piacere da chilometro zero (o quasi) per cui se ho un vino soddisfacente a poca distanza da qui, è facile che lo preferisca ad un omologo, chessò, neozelandese. Su alcune cose però posso fare eccezione, e una di queste è il pinot nero.

Si sono versati fiumi d'inchiostro per spiegare come mai la Borgogna sia il cuore del pinot nero, quindi nello spazio di un post non proverò più di tanto a dire perché da quelle parti quel vitigno dia risultati pazzeschi rispetto ad altre aree del mondo. Se si pensa, però, che in quella regione francese si lavora al culto della qualità da cinque secoli, bisogna dire che i borgognoni hanno una specie di vantaggio strategico probabilmente incolmabile. Pace.

E' così che spesso, quando devo decidere cosa mettere a magazzino quanto a pinot nero, guardo con più favore alla Borgogna, rispetto ad aree tipo il Trentino Alto Adige - per dire una zona interessante, in Italia, nella produzione di pinot nero. A questo si aggiunge volentieri il rapporto prezzo/prestazioni che a volte in Borgogna è favorevole in misura rilevante.

L'assaggio dell'etichetta che vedete nell'immagine è stata solo l'ultimissima conferma in ordine di tempo. Nel bicchiere apre ad un ventaglio di profumi che passano dai piccoli frutti rossi ad un sottofondo più selvatico e accigliato, come una nota di pellame/cuoio, ma nobile, e comunque non invadente. Tutto nel corredo aromatico pare accennato, evocato e mai urlato, in una compostezza che declina perfettamente piacevolezza e stile. Anche in bocca il vino ha la piacevolezza di una bontà immediata, facile da comprendere, e nello stesso tempo ha la classe un po' elettrica dell'incedere di una modella: si muove sicuro, non sbaglia una mossa, ha corpo ma con una gradazione non pesante (i 13 gradi alcolici ormai sono i nuovi 12 gradi). Stile, classe, bellezza, leggiadria, e infine la noblesse che gli deriva dall'area produttiva. Che, evidentemente, forma il gusto. Almeno per me.

Questo vino viene venduto, in enoteca, a 26 euro. Ad un prezzo cioè concorrenziale rispetto a molti pinot nero italiani di fascia medio alta. La mia ricerca di italiani alternativi non si interrompe, ma il Santenay Beauregard 2010 di Roger Belland resta in alto, nella mia personale classifica.

lunedì, settembre 01, 2014

Cose scritte altrove, vino di Coronata, e blogghitudine (tre post in uno)

A fine agosto ho fatto un giretto per vigne a chilometro zero, a proposito del vino di Coronata qui a Genova, come narro su Intravino:

"Le vigne di città sono un fatto abbastanza raro, soprattutto se si pensa alle grandi città del nord. Genova però ha una strana conformazione, è una striscia di case lungo il litorale, con due punte che si infilano nell’entroterra seguendo i principali corsi d’acqua, il Bisagno e, appunto, il Polcevera. Questa conformazione fa sì che anche oggi la città cerchi di strappare via spazio alla macchia dei primi rilievi appenninici, per cui non è difficile, salendo a monte, infilarsi in pochi secondi in panorami boscosi, verdi, quasi selvaggi, avendo lasciato le case dietro una curva. Partendo da Cornigliano (il quartiere dell’ex Italsider) si può salire verso la collina di Coronata. Questo nome qui a Genova da sempre significa una cosa: vino. Bianco, per la precisione. E di fatto, le vigne sono in città". (Il resto del post sta qui).

La storiella di cui sopra mi dà modo di parlare anche d'altro, adesso. Per esempio, serve a riprecisare quel che penso della condivisione in rete. Il post in questione parla di un mio fornitore, in definitiva, visto che quel vino adesso è in vendita anche nella mia enoteca. Tuttavia si tratta di un tipo di posizionamento sui generis, siccome sia nel post che a bottega io consiglio ai miei clienti di passare dal produttore per comprare il vino. E per convincerli meglio, in questi giorni il vino lo tengo aperto in degustazione gratuita. Come minimo, a comprare direttamente risparmieranno (io infatti vendo quel vino a euri 9,50, ma dal produttore costa 7,32). Ma soprattutto, potranno vedere un vigneto, parlare con chi produce, insomma otterranno info di prima mano e in definitiva miglioreranno la loro conoscenza. Tutto questo non è paradossale, e non è nemmeno folle o autolesionista. E', invece, un espediente puramente virale, cioè un modo di far circolare qualcosa che attiene in termini generali al mio lavoro: in definitiva serve a lavorare meglio. Potrei narrare numerose storie di clientes che restano un po' spiazzati da questo atteggiamento, ma alla fine si fidelizzano in modi che vanno oltre alle formule fuffose di un certo marketing. Ma non voglio nemmeno dilungarmi (comunque spero serva ai colleghi timorosi: l'economia del dono funziona).

Infine mi consente pure di togliermi un sassolino dalla scarpa nei confronti di quei quattro malpancisti (segnatamente sarebbero giornalisti o addetti alla comunicazione paracadutati nel mondo del uebbe senza nemmeno sapere perché) che continuano a miagolare nel buio di conflitti di interessi. Nel post ho fornito il link ad un paio di altre enoteche di città che sarebbero più convenienti della mia, già che c'ero. Quindi, adesso, alla fine di tutto questo indegno pippone, ho titolo ed elementi per dire ai malpancisti dove lietamente devono andare una volta per tutte:

(no vabbe', non lo dico. Ci siamo capiti).

venerdì, agosto 15, 2014

Vinai dove meno te l'aspetti

"Sherds of some late Roman amphorae, in which wine was transported around the 6th century, were discovered during excavations on the site".

Per quanto pensi di andare lontano, il lavoro ti raggiunge all'improvviso.

mercoledì, luglio 30, 2014

Dice che l'Unità chiude. Probabilmente

"I liquidatori di Nuova iniziativa editoriale spa in liquidazione, società editrice de l'Unità, a seguito dell'assemblea dei soci tenutasi in data odierna comunicano che il giornale sospenderà le pubblicazioni a far data dal 1 agosto 2014".

Il linguaggio dei contabili è scarsamente poetico: significa che non ci sono soldi e chiude un altro giornale. Ma uno di quelli grossi, storici, stavolta. Siccome l'Unità ha già avuto rovesci simili io non credo, per essere sincero, che tutto andrà veramente malissimo (e certamente me lo auguro per quelli che ci lavorano). Ma insomma, è un gran brutto giro di boa questo. Siccome io con l'Unità ci avrei pure a che fare, dal momento che ci scrivo (o scrivevo, boh) un altro wine blog, il dispiacere è doppio. Staremo a vedere.

Nel frattempo, togliamoci un sassolino. L'orgia di commenti di quelli che si rallegrano per la chiusura (in definitiva) di un'azienda, è il simbolo fulgido della crisi della sinistra. La sinistra, cioè, ha fallito nel dare ai lavoratori una coscienza di classe minimamente diffusa. Invece, pare, la regola del "tanto peggio tanto meglio" sembra l'unica che caratterizzi le torme di abbruttiti che ora si rallegrano per la sorte di altri che sarebbero lavoratori come loro. L'Unità non si chiama (o si chiamava, boh) con questo nome per caso. Ma appunto, ormai chi se lo ricorda più.