martedì, febbraio 20, 2018

La mia idea di corso di degustazione

Questa cosa qua sotto l'ho scritta nell'ultima newsletter, quindi chi l'ha ricevuta già sa di che si parla - peraltro, non hai ancora sottoscritto la newsletter della mia bottega? Suvvia, do it now.

Comunque. Serve per raccontare il mood del corso di degustazione prossimo venturo, e l'ho descritto in questi termini. Mi piaceva ribadire qui il concetto: il corso che andiamo a presentare è fatto così:

1. Si bene molto bene. Se vedete la lista dei vini della scorsa edizione vi fate un'idea, ma se non conoscete (ancora) etichette a quei livelli potete stare certi che con noi non si bevono vini didattici - nel senso di tristi e utili solo a fissare i parametri in basso. La nostra idea di assaggio è bere cose elevate, per soffrire c'è sempre tempo.

2. Non ci si annoia. Va bene l'enologia, la scienza, la rava e la fava, ma insomma vino è convivialità, piacere, sorrisi e risate e cose belle. E allora narriamo storie e storielle, e rivelazioni, pettegolezzi, segreti inconfessabili, ma davvero: cerchiamo di non addormentarvi.

3. Si impara ad assaggiare. Sul serio, eh: ogni sera almeno 4 vini in degustazione cieca, come fanno quelli bravi - perché quello diventerete, enofili bravi. Critici, attenti, e nemmeno del genere stracciaballe.

4. Vi diciamo quello che gli altri non vi dicono. Per esempio, i vini naturali: ma che roba è quella? Esistono? Sono bevibili? Come si assaggiano? Ed altre domande esistenziali.

5. È un corso a due voci. E a quattro mani: io e Pietro ogni sera ci dividiamo i compiti e gli argomenti (lui le cose serie, vabbe'), quindi un corso abbastanza inedito, e completo, pure sotto questo aspetto. Qui ci starebbe la battuta sui due gusti is meglio che uan.

Le iscrizioni sono aperte, e il costo del corso è di 250 euro.

venerdì, febbraio 02, 2018

Un altro corso è possibile, il ritorno: arriva la seconda edizione

Fermate le rotative: sta succedendo davvero. Il vostro quipresente enotecario, e Pietro Stara - la colonna genovese di Intravino, cioè - stanno preparando la riedizione del corso di assaggio a Genova, uguale a quello andato già in scena lo scorso autunno. Stiamo tornando: idealmente si pensava di replicare dopo l'estate, ma abbiamo già richieste (e iscritti!) al nuovo "un altro corso è possibile" edizione 2018, quindi segnatevi le date:

- martedì 13, 20, 27 marzo
- martedì 03, 10, 24 aprile

Location solita, ore 20,30, Soul Note Cafè in via Cesarea a Genova, (si stava comodi là). E questa è solo un'anteprima, presto arriveranno i dettagli. Però adesso sapete, e sapete che fare: accorri numeroso.

Iscrizioni e tutto quanto serve: fiorenzosartore@gmail.com

sabato, gennaio 27, 2018

E anche questo VinNatur Genova 2018 ce lo siamo messo via

Lo dice laggente, e chi sono io per dire il contrario? Anzi, io veramente l'avevo detto dal primo giorno: VinNatur Genova, 2018 edition, è andato decisamente molto bene. Nel senso di meglio del precedente, quanto a livelli generali dei vini assaggiati. Laggente che incontravo, tutti insomma, dicevano uguale. Quindi sì, siamo contenti. Tralascio ogni dettaglio sulla location siccome io sono local ma soprattutto localista, qualunque fatto che avviene nelle struggenti stanze retrò dei palazzi antichi genovesi per me vale, da solo, il prezzo del biglietto. Quindi bando alle ciance da orgoglio della Repubblica Genovese, e parliamo di vino.


La misura facile della piacevolezza di un vino, per me che sono un bieco commerciante, coincide con un dato di ordine finanziario: se lo compro, vuol dire che mi è piaciuto proprio. Cioè se un vino è in grado di farmi separare dai miei amati euri, vuol dire che il sentimento è serio. Per questo comincio con un'azienda che entra da subito nel listino - perché hey, questo è un wine blog ma è anche corporate, che suona bene per dire che racconto fatti molto aziendali.

Elvira (San Germano dei Berici, Vicenza). Terra di garganega. Quest'uva bianca viene declinata in un luccicante rifermentato col-fondo a nome Garganella (il genio, cos'è), col rigoroso tappo a corona, e genera una bollicina in grado di estinguere ogni sete: note di pera sparatissime, poi generosi agrumi in bocca, insomma mai più senza. Sotto i nove euro la bottiglia. Poi un like va anche al Merlot 2013 con affinamento in legno piccolo, che parrebbe una cosa modernista e invece, taac, non lo è: fruttini rossi alquanto attraenti, più un soffio di inchiostro che fa internazionale ma con garbo. Circa 12 euro. Stesse considerazioni e se possibile maggiore godimento sul Carmenere 2013, solo ad un prezzo un po' più alto, oh nessuno è perfetto del resto.


Altri assaggi rientrano nel genere "non li ho comprati ma li comprerei alla prima occasione", quindi semmai tenete conto.

Io sono particolarmente felice quando mi capita l'inaspettato: per esempio, per la seconda volta in un periodo breve bevo cose di Oltrepò Pavese che mi fanno gioire - forza Oltrepò, hai una gran bella materia, faccela vedere al resto del mondo eno. Tipo Pietro Torti che ha presentato una serie di vini tutti da medaglia, dallo spumante metodo Charmat (o Martonotti, vabbè) che strizza l'occhio sulla morbidezza - e io chiaramente appena sei un po' dolce con me, ci casco. Ottime cose anche sui metodo classico, su prezzi certo un po' più tesi ma vedi sopra. Molto bene la Bonarda '16 della casa, che sta in equilibrio sulla dolcezza del frutto rosso. Questa dovrebbe costare circa otto euro in enoteca.

Texier aveva la solita batteria di vini da applauso. Segnalo la versione 2015 di Chat Fou, del quale potrei dire solo: non vedo l'ora di berlo di nuovo. Ma veramente, ora alzo il telefono e lo ordino, ma che sto aspettando? Intorno ai 17 euro, ma tutti meritati fino all'ultimo cent. Ma quanto sei bravo, Texier? Se leggi questo, ciao, sono un tuo ammiratore.

Reyter, Alto Adige: Rahm 2013 è un lagrein teso, tannico, dove la durezza contrasta elegantemente le spinte sul frutto maturo, scuro, molto scuro, oh ma chi ha spento la luce? No ma vabbè, buono assai. Sopra i 20 euro in enoteca.

Con Furlani (Trentino) si chiacchiera amabilmente del senso del rifermentato in bottiglia come fosse un metodo classico incompiuto (dico io). Una delle sue spumantizzazioni si chiama "metodo interrotto". Ah ma allora vedi, ci intendiamo. La cosa che mi piacerà di più, in quegli assaggi, è la sua rifermentazione naturale di Muller, 2016. Menzione per il Bianco Alpino, un macerato sulle bucce senza annata, un po' ispido ma ugualmente attrattivo. In etichetta reca la cospicua descrizione "affinamento in damigiana". Ecco, questa ancora mi mancava. In damigiana? Troppo avanti.


Domaine de Courbissac, Languedoc, nel sud della Francia tira fuori robe mirabolanti. Uno su tutti, facendo un'ingiustizia agli altri: Roc du Piere 2016 è un rosso che fonde sale-e-pepe e spezie varie, in bocca ha allungo e finezza memorabile. In enoteca dovrebbe stare a 25 euro.

Conferme che passo a bere solo per il piacere di ri-berlo: Grillo Verde 2016 di Dos Tierras (o Badalucco, che dovrebbe essere il vero nome aziendale) è una joint venture di uve, grillo siciliano (come il vigneron) e verdejo, spagnolo come la moglie del vigneron. Italia-Spagna, un bel pareggio. Fresco al naso sulla frutta bianca, in bocca mi entusiasma. Poco sopra i venti euro in enoteca.

Collecapretta (Umbria) ha fatto il solito figurone. Se dovessi scegliere, ecco io direi i rossi (ma insomma è una scelta difficile). Primo della lista Le Cese 2015, denso di amarene e frutti rossi, intenso e godurioso. Ad un'incollatura il Merlot 2015 che spicca per verve tannica sul frutto altrettanto vivido.

Impossibile ovviamente riportare tutto il contenuto dei miei appunti, del resto sei arrivato fin qui senza addormentarti quindi non sfidiamo la sorte. Per giunta 'sto post non è ancora finito, avevo da dire un'altra cosa ancora, eccola che arriva:

Questa fiera, qui, ha svariati meriti, e uno tra molti è quello di aver animato, con giorni di anticipo sulle due date della rassegna, la vita enoica della mia città: è stato bello girare la notte per il centro e trovare continuamente iniziative legate a VinNatur in molti locali dove si versa vino, a Genova. Ed è stato bello rivedere amici arrivati un po' da dovunque, che hanno reso l'atmosfera tipo Verona durante Vinitaly. E insomma, come si dice in modo supergiovane, #bravitutti.

mercoledì, gennaio 10, 2018

Corsi (e ri-corsi). 4 serate di assaggi naturali alla Forchetta Curiosa

Dunque è tutto pronto, o quasi: dal 29 gennaio prossimo, per quattro lunedì di fila, in combutta (o in collaborazione, va be') con La Forchetta Curiosa, tengo un minicorso di assaggi di vini rigorosamente naturali. L'idea è in realtà cercare di capire, tutti assieme, se esiste un protocollo di tecnica di assaggio difforme, quando parliamo di vini naturali (spoiler: io dico di sì). E siccome parlare di vini naturali determina inevitabilmente distinguo e chiacchiere accessorie, avremo un bel po' di cose da dire. Per fortuna tutto questo avviene con i vini nel bicchiere, e soprattutto abbinando qualcosa ai vini, essendo io allievo di quelli che dicono che il vino è ministro della tavola.

Assieme a quattro vini, ogni sera, ci saranno quindi anche alcune preparazioni dalla cucina, a vedere come e cosa si abbina meglio a quei vini. E ci saranno, anche, alcuni produttori con cui parlare. Direi che potremmo divertirci, ecco.

Qui c'è la pagina-evento relativa, su Facebook. Per tutto il resto, info e iscrizioni, fate capo direttamente a Ristorante Osteria La Forchetta Curiosa. Piazza Negri, 5 R (di fronte al Teatro della Tosse) Genova - telefono 010/25.11.289 - mail: info@laforchettacuriosa.com

martedì, gennaio 02, 2018

Metti anche tu un vinaio nel tuo presepe

Appello di Bagnasco per i piccoli negozi: «Salvano dalla piovra dell’anonimato». L'ultimo che arriva a soccorrere i "piccoli negozi" qui a Genova è l'arcivescovo. Non basta ancora. Ci vorrebbe qualcosa di più grosso, che so, lo spirito santo in persona. Oppure gli alieni.

Nella narrazione relativa agli scenari della società contemporanea (scusate la supercazzola, volevo darmi un tono) ci sono alcuni argomenti ideali e ricorrenti, che vengono usati a turno da tutti quanti: la famiglia, per esempio ("bisogna difendere la famiglia, bisogna legiferare in favore della famiglia") oppure la piccola impresa, i negozi di quartiere, che fa tanto bel tempo andato e soprattutto a Natale ricorda vagamente il presepe.

Avete presente il presepe? Dentro c'è il fabbro, il mugnaio, tutti quei bei lavori che rimandano ad un passato idealizzato (più che ideale), bucolico, che fa molto arcadia e quelle cose là. La verità è un'altra, ovviamente: al diavolo il fabbro e il mugnaio, il loro posto, se va bene, è dentro al presepe.

Adesso uno potrebbe chiedere: ma che problema c'è, se pure l'arcivescovo arriva in tuo soccorso? Beh, il problema è solo uno: contrariamente alla narrazione del mondo ideale descritto (stavolta) dall'arcivescovo, la pratica è un'altra, e non ha niente a che fare con quel che si dice. Cioè non esiste, a nessun livello e in nessun modo concreto, un qualsiasi tipo di volontà che faccia seguire, alle dichiarazioni, i comportamenti. Al punto che vale il contrario, ormai ogni volta che leggo "appello per i piccoli negozi" io faccio gesti scaramantici, perché dieci minuti dopo mi arriva un F24 con qualche tassa lunare su servizi inesistenti.

La verità è che i piccoli commercianti di quartiere hanno un unico posto a disposizione, e sta nel presepe, ci vedremo tutti lì. Anzi ora che ci penso l'anno prossimo non faccio l'albero di Natale, faccio il presepe, e ci metto il vinaio, dentro. Sarebbe perfetto.

(Avevo iniziato questo post con "tre vini interessanti assaggiati a Natale" poi ho letto il Secolo XIX e m'è uscito fuori 'sto post qui, i tre vini li rimando alla prossima volta).

domenica, dicembre 24, 2017

Il Natale dell'enotecario (post lungo)

Finisce anche questo dicembre 2017, e ci starebbe bene uno di quei post riassuntivi da fine anno, per dire cose arretrate rimaste impigliate nella tastiera e raccontare un po' il mood generale. Comincio a scrivere già sapendo che sarà una roba lunga, quindi mettetevi comodi, già lo so che faremo notte. Magari andiamo per capitoli, tanto per essere ordinati.

Dicembre.
A dicembre ci si gioca tutto. Ci si gioca l'anno, cioè: lo sapevate? Ecco, è così. Il mio lavoro si intensifica, anche dal punto di vista degli orari. Mediamente per tre settimane di fila si lavora per circa dodici ore al giorno, che non è esattamente un fatto sano ma è inevitabile. Ci si gioca il fatturato dell'anno - detto così forse è più chiaro. Si sommano quindi elementi di tensione e stress, purtroppo, peraltro miscelati al grande amore che ho per il mio lavoro. Amore, stress, ricorda qualcosa? L'esistenza intera, direi. Per questa specie di prova psicofisica bisogna prepararsi, quasi atleticamente. La prima cosa da considerare è che non è consentito ammalarsi: semplicemente, date le dimensioni della mia azienda (ditta individuale) io non posso crashare a dicembre. Il fatto è che la mia dimensione aziendale è obsoleta, tutto attorno al mio lavoro è alquanto obsoleto, ma di questo semmai ne parliamo dopo. Resta il fatto che a dicembre ci si deve arrivare allenati, freschi, e bisogna attrezzarsi preventivamente.

Gli attrezzi dell'enotecaro a dicembre (vedi foto).
Bisogna dotarsi in anticipo di alcuni ritrovati della chimica. Efferalgan, appena prendiamo freddo, e comunque serve a lenire dolori e prevenire altri disastri. Spray con propoli, io sono dipendente (non tossico, spero) da questo rimedio naturale. Non ho idea dei fondamenti scientifici di tale pozione, ma con me funziona, nel senso che mi sono ormai autoconvinto che sia miracoloso per le mie tonsille mai estratte. Un po' di magia ci sta bene, tutto sommato. Poi serve una crema per le mani, maneggiare cartoni taglienti ti ferisce a morte la pelle, e sanguinare mentre fai pacchetti regalo è disdicevole, quindi anche quella deve essere usata molte volte, quotidianamente. Per reggere la stanchezza è utile anche un preparato multivitaminico. E siccome l'herpes labialis alla fine arriva sempre, lo Zovirax per me è nel prontuario obbligatorio. Chi ha lo sguardo attento avrà notato che quello è scaduto nel 2011, ma io non credo ai complotti di big pharma e lo uso lo stesso.

(Taglio tutta la parte relativa all'alimentazione, si mangia frutta e panini con improbabili insalate e prosciutti, magari stando in piedi e rispondendo al telefono o sbrigando pratiche al computer, si beve moltissima acqua, ma appunto non serve che vi dia ricette su quelle robe, e poi questo non è mica un food blog).

Lo stupidario del cliente (sono già pentito di aver scritto "stupidario" ma ora spiego).
A dicembre in enoteca si sente letteralmente di tutto. Ci sono clienti fantastici (sì, tu che leggi sei esattamente quello, dai) e ogni tanto, raramente, esce fuori qualcosa di inenarrabile. Io ho sempre un notevole imbarazzo a compilare stupidari di clienti, cioè elencare le supercazzole che si sentono, perché lo trovo una pratica antipatica: un esercente dovrebbe evitare di fare il saputello a questo modo. Già solo il termine stupidario è odioso, chiedo scusa per averlo usato e davvero, serve solo a spiegare di che sto parlando. Ogni volta che qualcuno la spara grossa io gli chiedo: questa è bella, posso condividerla su Facebook? Se mi dice di sì, la adopero a quel modo, e solo in quel caso - poi ovviamente subito dopo provvedo a spiegargli dove ha sbagliato. Perché la missione qui è sempre quella, salvare il mondo alcolico, un cliente sperduto alla volta. In effetti, più che un elenco di efferatezze, mi va di compilare frasi al volo.

Spesso non sono nemmeno stupidari, a volte sono dichiarazioni d'affetto. La prima in classifica per me è questa (sentito ieri):

La concorrenza.
"Mia sorella lavora da [nome di enoteca concorrente] ma col c**** che vado a comprare vino da quelli là". Io ho provato blandamente a contraddire, "ma no, perché mai", però non ero del tutto sincero, ahem.

E poi ce ne sarebbero altri. Tipo questi:

Quello che va al supermercato.
"Volevo comprare un vino al supermercato e volevo sapere da lei sotto quale cifra non devo scendere per non bere vino scadente". Segue mia spiega sotto lo sguardo allibito degli altri clienti in coda. Essenzialmente ho spiegato che un assaggiatore per quanto esperto non è in grado di valutare un vino da una bottiglia chiusa, bisogna per forza versarlo in un bicchiere e procedere all'assaggio. Quindi dovrà correre qualche rischio, la vita è un fatto imprevedibile, il vino è uguale alla vita. Comunque sotto i cinque euro potrebbe rivelarsi qualche mezza delusione ma anche no, vedi sopra, auguri. (Il cliente in questione è ovviamente uscito senza comprare nulla, quindi non sarebbe neppure un cliente, sotto lo sguardo allibito degli altri, eccetera).

Birra originale.

"Mi hanno detto che lei vende birra originale" - "Ma, veramente", rispondo, "si definisce artigianale".

Ah, i ricordi.

"Mi ricordo che sono entrato nella tua enoteca anni fa per chiederti l'ora, e sono uscito con due sacchetti di bottiglie".

Quello dell'anno scorso.
C'è un vasto numero di clienti che vedo solo una volta all'anno, a dicembre, e solitamente mi richiedono "quello che ho preso l'anno scorso". Ora, come al solito questo fatto mi getta nell'angoscia: io non ricordo cosa ho mangiato ieri sera, figurati se mi ricordo che ti ho venduto un anno fa. Fatto sta che uno mi ha chiesto, all'inizio di dicembre "quello che ho comprato cinque anni fa". Io mi sono limitato a dirgli bentornato, mi sei mancato.

Che poi, a pensarci bene, che cos'è questo blog, se non un gigantesco stupidario dell'enotecario? E va avanti da anni e annorum, per dire. "Nessuno è innocente".

La mia obsolescenza (non programmata).
Alla fine di tutto 'sto lungo discorso, oggi meditavo sul fatto dell'obsolescenza del mio lavoro. In particolare c'è un punto che non ribadisco mai abbastanza, il mio essere un commerciante indie, cioè indipendente, uno che vende in sostanza solo quel che gli piace, e non sta dietro all'industria o alla griffe - o almeno, ci provo. Nel frattempo la struttura che mi sono dato è diventata anacronistica, obsoleta appunto. Questo è forse il cruccio maggiore che ho, perché ha a che fare col mercato, con il confrontarsi con un mercato che cambia ed evolve in modi che tendono a mettere al margine quelli come me. Basterebbe pensare al fatto che io ho iniziato questo mestiere quando internet in Italia non esisteva. Ma ci pensate? Una volta internet non c'era - e le sfide che pone questo mezzo, semplicemente, non esistevano. Credo che la mia obsolescenza risieda anche nel fatto di non aver raccolto adeguatamente quelle sfide. Si tratta di osservare con attenzione e studiare. Tutto questo richiede tempo ed energie che non sono certo di avere, o peggio, non sono certo di voler dedicare al cambiamento. Mi accorgo di amare forse troppo la mia obsolescenza, e il miglior buon proposito per l'anno nuovo che riesco a fare è questo: pensarci bene.

venerdì, dicembre 08, 2017

Assaggi con finto birrino finale

In questi giorni prenatalizi mi sto divertendo ad aprire un po' la qualunque, a bottega. Il rito è più o meno sempre il solito, da queste parti io non creo eventi alla maniera Facebook, semplicemente stappo random quel che mi va. Chi c'è c'è, e chi passa da queste parti già sa.

Per esempio ieri scaricavo i nuovi arrivi dalla Montagna di Reims (giretto di parole per dire Champagne). Manceaux è la cosa nuova e manco a dirlo l'ho aperto al volo, tanto per. L'assaggio del Premier Cru non mi ha deluso, e menomale, adesso è bello brioscioso (sa di brioche, cioè) e ha tutto il necessario per riconciliarmi col mondo - perché a questo serve, lo Champagne. "Cosa ci abbini con lo Champagne?", mi chiede uno. "Quasi tutto, e soprattutto i momenti felici", rispondo io. Non so, forse non è una risposta tecnica da sommellerie, ma è la migliore che mi è venuta fuori. Questo champ costa sui 32 euri, qui.

Ieri poi passa un altro cliente, mai visto prima. Mi dice se (pagando) da me si può bere qualcosa. Così gli spiego che no, io non faccio quel genere di servizio, questa è ancora un'enoteca terribilmente old economy, "però ho dello Champagne aperto, assaggialo gratis, tutto sommato non caschi male", aggiungo. Quello mi guarda un po' sorpreso, e poco dopo eravamo amiconi. In fondo 'sto mestiere non è difficile.

Giorni fa invece apro l'Amarone 2013 Le Bignele, altra new entry. Il genere di assaggio ti piace vincere facile, potremmo dire, ma c'è di buono che quell'Amarone contiene con eleganza la botta da fruit bomb che affligge un po' la denominazione. Volendo scrivere la sua recensione, nella terminologia minimalista che oggi caratterizza il linguaggio della nuova critica del vino, che è destrutturata, potremmo dire che è molto, molto buono. Poi ci scappa pure un accenno al perfetto equilibrio tra freschezza (acidità, cioè) e frutto, ma questo sarebbe old school, come descrizione. L'Amarone di Bignele costa sui 33 euro.

Alla fine degli assaggi, il più delle volte giocavo a spiazzare i clienti. Da queste parti è disponibile, in mezzo alle altre cose birrarie, una versione affinata in barrique (sì, botti usate che hanno contenuto vino) dell'Extra Brune di Maltus Faber - qui ci sarebbe un approfondimento su Extra Brune, per chi vuole saperne di più.

Com'è, come non è, ogni volta che i miei clienti enofili mi vedono maneggiare una birra, mi guardano sospettosi. E ogni volta spiego che esiste questa cosa, la birra artigianale, che sto studiando come si studia il greco e il latino (ma prima o poi questa cosa sarà tema di un altro post, ancora da scrivere). La bottiglietta si piazza cospicua e apparentemente fuori posto in mezzo ad Amarone e Champagne. "Ma che c'entra?" mi dice il cliente più benevolo.

Esiste un solo modo per rispondere correttamente a 'sta domanda: mettere quella birra nel bicchiere.

Molto scura, alcolica, molto morbida, naso alquanto sconvolgente tra liquirizia, spezie, torrefazione, chiodi di garofano, vaniglia - potrei andare avanti ancora un po' ma la smetto qui. La cosa più divertente a quel punto era vedere le espressioni di chi la assaggiava. Era un crescendo che culminava, di solito, con "ahh, ma allora, ecco perché".

Ecco perché la vendo, voleva dire. La bottiglietta da 33 cl. sta sui 6 euro. Con cosa si abbina? Vista la potenza alcolica (10 gradi) e la stazza morbidona, io la vedo a fine pasto, per chiudere in bellezza su un dessert cioccolatoso, oppure assieme al mio sigaro toscano preferito, se avete lo stesso mio vizio. Oppure associata a momenti di felicità, ecco, esattamente come quell'altra cosa che dicevo prima. Sì, in fondo 'sto mestiere non è difficile.

Il senso del titolo "finto birrino" si deve al fatto che la bottiglietta in questione ogni volta appariva come fosse intrusa, in quegli assaggi, come fosse un birrino, termine diminutivo, e invece no, non è affatto un birrino, lo è solo per finta.